E finalmente mi ha intervistato!

Shifosissimi ficcanaso dell’antro di Scuro,

finalmente il mio amico riccioluto Daniele Dell’Agnola ha avuto il coraggio di intervistarmi!

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Già, è successo durante la puntata del Bidello Ulisse nella rete dei libri del 27 aprile 2016, sempre su Teleticino: dopo aver scovato gli schifosissimi peli della mia barbaccia infilati tra i libri della Bibliomedia di Biasca, il suddetto Dell’Agnola si è preso la briga di farmi accomodare su una scranna e di porgermi su un piatto d’argento qualche succulenta domanda. Alla quale, come ovvio, ho risposto a modo mio: borbottando, bofonchiando, ma anche dicendo qualche cosa di epocale…

Immagino che siate curiosi, dunque che aspettate a cliccare sull’immagine e a godervi il filmato della puntata? Noterete le espressioni un pochino sorprese del conduttore, che a tratti pare pensare di avere davanti a sé un vecchio pazzo. Mah! Giudicherete voi…

In ogni caso ho colto l’occasione per parlare di alcuni libri che mi piacciono molto: l’immancabile Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak, Alla ricerca del pezzo perduto di Shel Silverstein, il libro dal qualche sono uscito proprio io, cioè La barba magica di Natale, e poi… E poi ho salutato gli spettatori e il riccioluto a modo mio, accompagnando la mia uscita di scena con un Io vado! ispirato a un simpaticissimo e irriverente albo cartonato di Matthieu Maudet.

Devo dire che le mie scorribande televisive mi hanno esaltato parecchio!

Ora, però, me ne torno nell’antro a borbottare tra me e me.

Ma sì, dibattiamo!

Schifosissimi ficcanaso dell’antro di Scuro,

eccoci arrivati alla mia terza dirompente irruzione sugli schermi televisivi di Teleticino, sempre durante la trasmissione Il bidello Ulisse nella rete dei libri del mio amico riccioluto Daniele Dell’Agnola.

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Ecco com’è andata: ero tutto intento a frugare fra i libri della Bibliomedia di Biasca, alla ricerca di qualche bella storia divergente, quando l’ho sentito parlare di uno dei miei albi preferiti, Questo non è il mio cappello dello scrittore canadese Jon Klassen, e non ho saputo resistere alla tentazione di dire la mia. Anzi, di porre qualche ben mirata domanda circa il valore morale dei comportamenti dei personaggi del libro, giusto per instillare qualche sano dubbio gnoseologico.

Poi, sono riuscito a starmene quieto e buono mentre i ragazzi ospiti della puntata esprimevano le loro idee sull’esperienza maturata con l’apprezzabilissima iniziativa La gioventù dibatte, spiegata e illustrata dal responsabile del progetto Chino Sonzogni.

Be’, che dire d’altro? Di sicuro che dibattere (in modo civile e non troppo esagitato) fa bene alla democrazia. Dunque, dibattiamo! Con rispetto e intelligenza, ma dibattiamo!

Come sempre, potete rivedere il filmato della puntata cliccando qui o sull’immagine.

E a presto rivederci in TV… già, perché Scuro ha ancora qualcosa da dire…

Chi me l’ha fatta in testa?

Schifosissimi ficcanaso dell’antro di Scuro,

ebbene sì, sono tornato in TV! Anche questa volta me ne stavo tranquillo nei meandri della solita soffitta dei libri di Ludiano, quando qualcuno… me l’ha fatta in testa!

Che affronto!

Non potete immaginare come mi sono sentito quando – plic! – una certa quantità di materia escrementizia è cascata sulla mia crapa avvizzita, imbrattandomi i peraltro già sudici capelli.

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Proprio in quel momento ho sentito la voce del solito ricciolino occhialuto, o occhialoso riccioluto (Daniele Dell’Agnola), e ho fatto irruzione sulla scena, approfittando del tema della puntata del Bidello Ulisse nella rete dei libri, cioè l’indagine.

E – colpo di fortuna inaudito! – ospite della puntata era la giallista Manuela Mazzi! Una giallista!

Non mi sono fatto sfuggire l’occasione, e ho chiesto a Manuela un aiuto per cercare l’artefice del puteolente misfatto alla luce di una serie di minuscoli indizi e…

Be’, se volete scoprire chi è stato, non vi resta che guardare il filmato della puntata, cliccando sull’immagine.

E vi assicuro che ci rivedremo ancora, sempre sugli schermi di Teleticino.

Il mio debutto in TV…

2016_ludiano1Schifosissimi ficcanaso dell’antro di Scuro,

come avevo promesso, sono sbarcato anche in televisione! Il giorno del mio debutto è stato il 6 aprile 2016: me ne stavo tranquillo in una soffitta di Ludiano (ben sistemata e gestita da Lorena Scettrini e dalle amiche dell’associazione culturale Libera il libro Serravalle) a leggermi il mio libro preferito (indovinate quale…), quando un tizio con riccioli e occhiali (Daniele Dell’Agnola) si è piazzato davanti a me e alle telecamere e si è messo a parlare di libri. Ovviamente disturbando la quiete del luogo e la mia concentrazione.

E poi come fa uno a non inalberarsi?

Be’, se volete dare un’occhiata al filmato, potete cliccare sull’immagine. Approderete così sul sito della trasmissione Il bidello Ulisse nella rete dei libri, che fa parte del palinsesto di Teleticino.

Anche se sono burbero e scorbutico, non sono troppo maleducato: ringrazio infatti tutti gli amici (i ficcanaso) che hanno saputo tollerare la mia presenza in quel di Ludiano (allievi di scuola media, personale della soffitta, conduttore della trasmissione e, in particolare, i mitici Michel Galati con i suoi baffi all’insù e il colosso Mozzy LuMo che ha avuto persino il coraggio di avvicinarsi a me per microfonarmi).

Ah, dimenticavo: non finisce certo qui…

 

Obama, un presidente “mostruoso”!

Schifosissimi ficcanaso dell’antro di Scuro,

chi di voi mi conosce, lo sa già: Barack Obama e io abbiamo qualcosa in comune! Tutti e due, infatti, tendiamo a farci prendere da una storia mostruosa, quella di Max e del paese dei mostri selvaggi, scritta dal favoloso Maurice Sendak.

E ci facciamo prendere così tanto, che non possiamo fare a meno di leggerla in pubblico, davanti ai bambini, per ruggire e farli ruggire insieme a noi (e per digrignare i denti, per roteare gli occhi, per mostrare gli artigli orrendi e per… scatenare una ridda selvaggia di proporzioni epiche!).

Grazie, Barack! Anche alla fine del tuo secondo mandato sarai ricordato, per tanti motivi, e nel mio piccolo ti ricorderò anche per questo ripetuto omaggio a uno dei più grandi albi illustrati di ogni tempo!

Bianchite: ecco la cura!

Schifosissimi ficcanaso dell’antro di Scuro,

ecco su YouTube anche il secondo filmato sulla bianchite, nel quale sottopongo Soggetto Intelligente a una cura a base di… be’, scopritelo da voi, guardando il video!

E date retta al vostro Scuro Moltamorte, per gli schifosi peli della mia barbaccia!

La bianchite è su YouTube!

Schifosissimi ficcanaso dell’antro di Scuro,

come vi avevo promesso, sono sbarcato su YouTube. E oggi ho inaugurato il mio canale con un filmato assai istruttivo in cui, insieme a Soggetto Intelligente, spiego a tutto il mondo che cos’è la bianchite. Già, attraverso un esperimento scientifico di notevole complessità (e pericolosità), provo sulla pelle di una persona dotata di un QI superiore alla media gli effetti di un uso prolungato dei videogiochi.

Non vi anticipo altro, però. Guardate il filmato e ne vedrete delle belle!

Ah, dimenticavo: presto arriverà anche il seguito, in cui proverò a somministrare a Soggetto Intelligente una cura del tutto particolare, per verificarne l’efficacia.

Ma non so se lo metterò online… dipende da quanti “mi piace” catturerà la prima parte, per gli schifosi peli della mia barbaccia!

 

Non perdetevi lo Yark!

yarkSchifosissimi ficcanaso dell’antro di Scuro,

la mia amica strega Francesca, quella che vive nel Sognalibro di Gordola, mi ha prestato un libro (in realtà, credo proprio che non lo rivedrà più…), e devo dire che ha azzeccato in pieno (si vede che ormai conosce bene i miei orridi gusti), perché il libro è memorabile, e per questo ve ne voglio parlare. Pensate che l’ho letto due volte nel giro di 24 ore…

Ebbene, il libro si intitola Lo Yark (LO editions, Milano, 2015), ed è scritto da Bertrand Santini e magistralmente illustrato da Laurent Gapaillard. Allegato al libro, c’è anche un CD audio con la lettura integrale dell’attore Franco Sangermano, che ha la fortuna di avere una voce adattissima a questo tipo di storia. Appunto, la storia: narra le avventure dello Yark, una specie di orco al quale piacciono i bambini e che «adora sentir scrocchiare i loro ossicini sotto i denti, e succhiare i loro teneri bulbi oculari come caramelle fondenti. Va pazzo per i loro ditini, per i loro piedini, per le loro linguette che mastica con un pizzico di menta, come una prelibatezza zuccherosa e deliziosamente appiccicosa» (p. 3).

Da questo breve estratto forse avrete capito perché mi piace tanto: sicuramente perché è molto politicamente scorretto, è molto divergente, è molto ben scritto e superbamente tradotto (da Paola Gallerani), la qual cosa è fondamentale per l’impatto che ha la storia su un lettore come me, che ama le parole ricercate e musicali. Come avrete visto, infatti, il testo presenta molte rime, pur essendo in prosa, e ciò lo rende perfetto per una scoppiettante lettura ad alta voce (sono certo che prima o poi lo leggerò anch’io in pubblico… mi piace troppo!). Inoltre, nasconde dei significati molto pungenti, trasmessi con ironia e forza al tempo stesso, e in alcuni punti fa sbellicare dalle risate (soprattutto quando lo Yark, che è allergico ai bambini cattivi, ne ingurgita per sbaglio uno… ma non vi dico che cosa gli succede per non rovinarvi la sorpresa: vi basti sapere che ho rischiato di rimanere soffocato dalla mia stessa barbaccia dal gran che mi rotolavo a terra dal ridere). Non vi dico altro, in primo luogo perché non ne ho voglia (l’avrete capito che sono burbero e antipatico, no?), in secondo luogo perché voglio lasciarvi liberi di godervelo fino in fondo, senza sapere a quali sorprese andrete incontro.

Ebbene, userò questo libro per rispondere a qualche editore che mi dovesse respingere una proposta editoriale divergente bollandola come troppo forte e sconveniente: insomma, basta avere un po’ di coraggio e si possono pubblicare storie belle, divertenti e dissacranti come Lo Yark. A mio modestissimo parere, uno dei libri più gustosi che sono capitati nelle mie sporche grinfie negli ultimi anni.

E allora, che aspettate a leggerlo? Se volete un assaggio del CD allegato, potete cliccare su questo link, nella pagina dell’editore, e ascoltare le prime pagine del libro. Poi fatemi sapere, mi raccomando, per gli schifosi peli della mia barbaccia!

Come sarebbe a dire che non sappiamo raccontare le “favole”?

scuro_07Schifosissimi ficcanaso dell’antro di Scuro,

oggi sono rabbuiato più che mai, e ora vi spiego perché: qualche giorno fa (precisamente l’8 gennaio 2016), sul quotidiano «La Stampa», sotto la rubrica Buongiorno di Massimo Gramellini, è uscito un articolo dal titolo piuttosto eloquente: Non sappiamo più raccontare le favole. Un saggio americano: solo gli inglesi riescono a inventarle. Non hanno paura del lato oscuro. Nell’articolo, l’autore, rifacendosi a una ricerca della rivista americana The Atlantic, ne riassume i contenuti e aggiunge qualcosa di suo (come peraltro è del tutto lecito fare).

Io, però, per capire meglio che cosa ha aggiunto Gramellini, mi sono preso la briga di leggere l’articolo-fonte in inglese (giacché, oltre a essere vecchio e pazzo, sono anche poliglotta), e vi invito a farlo, se avete tempo e voglia, cliccando qui, perché è davvero interessante. Il titolo è Why the British Tell Better Children’s Stories, cioè ‘perché gli inglesi raccontano meglio le storie per bambini’ (che non è proprio lo stesso di ‘solo gli inglesi riescono a inventarle’). Nell’originale si va molto più in profondità, spiegando le differenze tra due modi di raccontare storie, quello degli americani e quello degli inglesi, alla luce della diversità del retroterra culturale, che, come ricorda anche Gramellini, ha portato gli inglesi a essere più inclini ad accogliere la magia e gli americani alla realtà: le storie per ragazzi americane, ad esempio, compreso il mio libro preferito, Nel paese dei mostri selvaggi, si concludono sempre con una sorta di redenzione del protagonista, che coincide con una specie di messaggio morale, quelle inglesi non necessariamente. L’autrice dell’articolo originale, Colleen Gillard, riportando le parole di uno degli esperti da lei interpellati, ricorda infine che un impoverimento della fantasia nella letteratura per ragazzi americana si è concretizzato dopo l’11 settembre, con il crollo delle Torri gemelle: da lì in avanti i racconti per ragazzi più noti hanno assunto i toni cupi della distopia. Un passaggio forse necessario, affinché le giovani generazioni affrontino e superino le nuove paure.

Dopo questa interessante lettura anglofona, ho tirato le somme: sulla questione, Gramellini ha ampliato un po’ il discorso, mettendo in mezzo anche Moby Dick, che non mi sembra si possa considerare un libro per ragazzi, ma soprattutto ha voluto estendere le sue riflessioni agli scrittori italiani, con questo bell’esordio: «E gli italiani? Avendo copiato gli americani praticamente in tutto, non potevamo che seguirli anche in questa strage della fantasia immolata sull’altare della cosiddetta realtà». Come unico esempio positivo porta Pinocchio, affermando che però «non ha lasciato eredi». Conclude poi dicendo che «Oggi si scrivono favole anche molto poetiche, intasate soprattutto di animali che parlano e ragionano come gli umani».

Ora, ecco che cosa mi fa rabbuiare: in primo luogo, Gramellini usa sistematicamente il termine favola per parlare di fiabe e di storie, lunghe o corte che siano, e chi conosce un po’ di narratologia sa benissimo che la favola è quella breve narrazione che ha per protagonisti prevalentemente animali per così dire umanizzati, e che veicola in modo quasi sempre esplicito un preciso messaggio morale (ricorderete tutti le favole di Fedro o di Esopo, ad esempio). Usare sistematicamente questo termine per parlare di tutta la letteratura per ragazzi è dunque per lo meno approssimativo (ed è naturale che le favole, se di favole si tratta, siano “intasate” di animali parlanti… ma gli animali non parlavano anche nelle inglesissime Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie?). In secondo luogo, Gramellini muove una critica forte e per niente argomentata alla letteratura per ragazzi in lingua italiana degli ultimi decenni, dimostrando di accodarsi a dei luoghi comuni tra i più banali possibili («Avendo copiato gli americani in tutto ecc.»).

Per gli schifosi peli della mia barbaccia, ma come? E Gianni Rodari (un nome a caso, direte voi) dove lo mettiamo? Lo scrittore per l’infanzia italiano più conosciuto nel mondo è sparito nel nulla? L’autore di una poco fantasiosa Grammatica della fantasia? E tutti gli scrittori odierni, bravi, impegnati, creativi, che si battono con energie inesauribili per non soccombere nel magma di un mercato editoriale che va dietro a tendenze prettamente commerciali e seriali? E Roberto Piumini, poco fantasioso anche lui? Un autore tradotto nel mondo, con circa 400 titoli sul mercato? E tutti gli autori di eccezionali albi illustrati?

Ecco i motivi per cui mi sono rabbuiato! L’ultima parte dell’articolo di Gramellini è un grosso inciampo, per essere cortesi (cosa che non mi si addice per niente!); soprattutto perché non ha alcun dato concreto su cui fondarsi. Mi viene da chiedere: che cosa ha letto Gramellini della recente produzione narrativa per ragazzi in lingua italiana, per arrivare a tali (affrettate) conclusioni? L’articolo americano ha titoli, nomi e riferimenti concreti: e quello di Gramellini? Quali opere italiane cita, oltre a Pinocchio? Nessuna. Ma il fatto che Gramellini non le citi non significa che non esistono: provate a chiedere a qualcuno che se ne intende, se non mi credete. E appoggio in pieno la risposta degli scrittori dell’ICWA (Italian Children’s Writers Association), che potete leggere qui.

Ora torno nel pozzo, perché la rabbia mi deve in qualche modo passare…

Una cosa che mi fa schifo

scuro_06Schifosissimi ficcanaso dell’antro di Scuro,

oggi inauguro una serie di pagine del mio diario sulle cose di questo mondo orrendo che mi fanno schifo. Il titolo di questa prima caccola di bruttura potrebbe essere “Bestemmi a Capodanno, e sei famoso per un anno”. Mi riferisco a quanto accaduto in occasione dello show di fine 2015 andato in onda sulla RAI: i telespettatori potevano mandare i loro SMS benauguranti, e alcuni di essi sarebbero stati visualizzati in sovraimpressione (dunque in diretta pressoché mondiale). Ora, è successo che tra questi messaggi ne è stato scelto (da un dipendente RAI che forse aveva alzato un po’ troppo il gomito, o si era momentaneamente assopito, o da un software un po’ difettoso) uno con una bestemmia clamorosa (di quelle che neppure io oserei mai dire), e che dunque tutto il mondo l’ha potuta leggere in tutta la sua schifosità.

L’orrore non finisce qui: giorni dopo (il 4 gennaio 2016), sulla home page di un grande quotidiano italiano (e poi, in scia, su tante altre) compare niente di meno che l’intervista al tizio che ha digitato e inviato l’SMS sacrilego! Sì, proprio a lui, con tanto di nota biografica, foto della sua ascella e pareri inneggianti degli amici (se volete leggerla, e stare male per tutto ciò che vi si trova, o anche solo per il fatto che una giornalista dedichi il proprio tempo a temi di così grande rilevanza, questo è il link). E sapete che cosa ha detto il tizio? Ha detto che era un po’ nervoso perché il suo cane era infastidito dai botti, e dunque ha esagerato coi toni. Ha detto proprio così! Sono nervoso per il mio cane, e bestemmio il Signore Dio in mondovisione (anche se sono ateo, e uso la bestemmia come intercalare)! Avesse almeno detto di essere nervoso al pensiero di dover pagare il canone RAI!

Già, perché bisogna aggiungere ancora un granello di orrore a tutto ciò: il fattaccio è avvenuto infatti in concomitanza con la decisione del governo Renzi di rendere obbligatorio il pagamento del canone RAI a tutti, anche a chi non è dotato di apparecchi TV! Con il sotterfugio di spalmarlo (il canone) nella bolletta dell’energia elettrica! Così viene fregato anche chi, come me , decide di non avere la TV perché le trasmissioni gli fanno schifo! Io per fortuna vivo a Guardalà Sopra, dove vigono solo le leggi della magia e della narrazione, dunque mi salvo. Ma mi sarei salvato lo stesso, dal momento che nel mio antro non ho nemmeno la corrente (o meglio, la ricavo dal sottosuolo tramite processi alchemici che non vi sto a svelare).

Dunque, riassumendo… il messaggio (dis)educativo che passa ai nostri giovani è più o meno questo: se bestemmi in mondovisione, stai certo che il tuo quarto d’ora di notorietà lo raggiungi (finisci sulle prime pagine dei quotidiani online, ti vengono a intervistare, diventi una celebrità!). Con buona pace del buon vecchio Andy Wharol, che forse aveva profetizzato qualcosa del genere, ma non certo a proposito della bestemmia.

E come fa uno a non inalberarsi? E infatti sono inalberato come non mai… che schifo! Scusate, ma ora devo ficcarmi giù nel pozzo, lontano da queste brutture, per farmi sbollire la rabbia. AAAAARGH!